Combattere il cambiamento climatico con la plastica

Plastica e lotta al cambiamento climatico possono andare d’accordo? Dai un’occhiata a questo articolo del linguista e copywriter (e grande cuoco di pizze vegane) Dominik Mauer per saperne di più!

Troppi poli-cosi nei nostri mari

Durante il periodo del mio dottorato non andai al mare per ben 5 anni. Dopo aver concluso i miei studi e le mie ricerche, decisi di trascorrere un po’ di tempo a Corfù. Nei giorni in cui era possibile fare il bagno prendevo sempre il primo pezzo di plastica che mi veniva incontro nuotando e lo buttavo in uno dei cestini al bar della spiaggia. “Ogni giorno una buona azione”, così come avevo imparato da bambino leggendo le avventure dei nipotini di Paperino. Avrei anche potuto continuare per tutto il giorno, ma avrei sempre e comunque svolto un lavoro non pagato i cui risultati sarebbero stati a malapena notati da qualcuno. Ed era proprio dal mio passato che volevo liberarmi.

Alcuni faranno sicuramente volare la fantasia immaginando il percorso che il tappo rosso che nuota verso di loro possa aver fatto prima di giungere lì, ma nel mio caso questo non faceva altro che risvegliare il mio malcontento e la mia misantropia. E pensavo anche che con una tempesta molta della plastica raccolta sarebbe potuta di nuovo finire in mare. Purtroppo il problema della plastica è ben lontano dall’essere un problema solo per vacanzieri hipster. I polimeri artificiali, altrimenti noti come plastica, si trovano in enormi quantità nei mari e ciò ha conseguenze da incubo sull’ambiente.

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Stocastica della plastica: alcuni dati

Ma cosa può fare ognuno di noi con le proprie decisioni di acquisto? Purtroppo in questo modo è impossibile contrastare l’avanzata della plastica nel mare. Chi smaltisce correttamente i propri rifiuti in plastica non riceve in cambio una vacanza sulle spiagge del Mediterraneo, ma può essere sicuro di aver contribuito a salvare il mare. Il 99% della plastica che viene smaltita correttamente, infatti, non finisce nel mare. Tuttavia, il bilancio ecologico non è comunque granché: solo il 40% della plastica raccolta viene riciclata, mentre il 60% viene bruciata ai fini del cosiddetto “riciclaggio energetico”, un eufemismo coniato da qualcuno che sicuramente con le parole ci sa fare. L’energia che si ricava da questo processo viene utilizzata nella produzione di corrente e riscaldamento, contribuendo quindi all’aumento dei livelli di CO2 nell’atmosfera. Ed è proprio questo il fenomeno alla base delle conseguenze che tutti noi conosciamo.

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La soluzione? Ricerca in corso...

KoRo ha fin dalla sua nascita un approccio minimalista nei confronti dei rifiuti e non vuole generare una grande quantità di spazzatura con la scusa che poi verrà riciclata. Per questo hanno fatto ricorso alle maxi-confezioni, rinunciando alle monoporzioni e quindi producendo in proporzione molti meno rifiuti in plastica. Chiaro, non si tratta di “zero waste”, ma sicuramente di “meno waste”. Da cliente preferirei una confezione in carta, è vero. Ma una digital start up di e-commerce deve anche fare i conti con le sfide del commercio elettronico, dalla spedizione alla corretta preservazione della qualità dei prodotti.

Per questo per ora la migliore soluzione resta quella delle maxi-confezioni in PP. In realtà questo polimero genera una quantità ridotta di CO2 durante il processo di produzione, è leggero, resistente, trasparente e a chiusura ermetica. Insomma, un altro compromesso, ma forse non così terribile.

Un’azienda di e-commerce zero waste, d’altronde, è ancora un’utopia per ora. E a questo riguardo è necessario tenere conto di un altro aspetto: le emissioni di CO2 nella realizzazione degli imballaggi sono solo pari al 10% nell’intero processo di produzione e trasporto di un bene. Abbiamo capito che finché dei droni alimentati a energia solare non arriveranno a portarci gli smoothie in bicchieri commestibili direttamente al balcone di casa nostra, dovremo accontentarci di qualche compromesso.

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Un po’ di respiro per l’atmosfera

KoRo sta anche cercando di ottimizzare il proprio bilancio climatico incentivando la riforestazione. Per questo stanno collaborando con l’organizzazione PrimaKlima. Secondo esperti e ricercatori, piantare un albero a persona non sarebbe sufficiente per fare davvero del bene al pianeta: sarebbe necessario piuttosto un parco intero. E PrimaKlima sta facendo il possibile perché questo avvenga, operando in Germania e, soprattutto, nell’America Latina, dove con l’aiuto della popolazione locale contribuisce a dare vita a nuove foreste.

A seguito di questa iniziativa si è rivelato necessario arrotondare i prezzi (es. 6€ anziché 5,90€) per devolvere la differenza a PrimaKlima, che pianterà alberi in Uganda e Bolivia. Ovviamente gli alberi restano sempre e comunque un compromesso, una piccola pausa di respiro per l’atmosfera. Ma possiamo, da consumatori o imprese, in ogni caso sentirci più responsabili e fieri di contribuire a un progetto sostenibile di grande portata. Diamoci da fare! 

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  • Gut recherchierte witziger Artikel

    Der Artikel von Herrn Mauer hat mir sehr gut gefallen. Er wirkt gut recherchiert und witzig. Besonders gut gefällt mir dass es kein vor Selbstlob triefende Werbeartikel ist sondern ein persönlicher und kritischer Kommentar mit guten Vorschlägen.

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